bbradiobox_puntata_n001_17febbraio2008

ecco la prima puntata di BrainBusterRadioBox, dedicata alla guerra, alla pace ad arcobaleni e spazzatura.

un excursus sulla cultura di pace, di guerra, su una ricorrenza particolare, e sulle incertezze dell’Italia pre-elettorale.

 

ascolta brainbusteradiobox_n.001_17febbraio2008

 

il podcast è rilasciato secondo i termini della licenza Creative Commons – Non commercial – Non derivative. Per i dettagli, rinvio a www.creativecommons.it.

Le musiche che sono incluse nel podcast sono state rilasciate sotto licenza Creative Commons e quindi liberamente utilizzabili e distribuibili. Questa “prima” puntata (la seconda dopo la puntata di prova, la n.0) contiene i seguenti brani, dei quali sono rilasciati i credits alla fine della stessa.

>> Tavola Rustica, Fugato, Concerto Grosso pour 2 violons cello Moto Perpetuo, dal sito www.jamendo.com

>>Inno di Mameli, dal sito www.radioradicale.it

>> Deyo, Minuet in D Minor, dal sito www.podsafeaudio.com

>> Ernesto e Giovan Battista De Curtis, Torna a Surriento, interpretata da Ignacio Gomez, dal sito www.podsafeaudio.com

>> Antonio Vivaldi, The four Seasons (Le Quattro Stagioni)Spring (Primavera), 1° mov., interpretata da John Harrison (violino) e dal Wychita State U Chamber, dal sito di Wikipedia Soundlist.

>> Johann Sebastian Bach, Libro 1 Undicesima fuga, dal Clavicembalo ben temperato, interpretata da Martha Goldstein e tratta dal sito Wikipedia Soundlist.

brainbusteradiobox, puntata n. 001 (17 febbraio 2008) – il testo

Pace, guerra, arcobaleni e ….spazzatura.

Oggi parliamo anche di guerra, e lo facciamo iniziando in modo inconsueto, dal simbolo della pace, che tra qualche giorno, esattamente il 21 febbraio prossimo, compierà 50 anni esatti. Un mezzo secolo, ormai, che non può non ricordarci la guerra fredda, l’equilibrio Nato-Patto di Varsavia…. ricordi, già, visto che il mondo bipolare è divenuto ormai un monopolarismo, per quanto combattuto e guerreggiato. D’altronde non è possibile ignorare proprio all’orizzonte di questo monopolarismo, il sorgere di realtà e potenze regionali e continentali che si avviano a insidiare il primato americano. Pensiamo a Cina o India, le quali si affacciano sul medio e vicino oriente, area caldissima, non solo geograficamente.

È in questo scenario che il simbolo ideato dall’inglese Gerald Holtom, laureato al Royal College of Art, compie il suo cinquantesimo anniversario. Un simbolo più che mai attuale, perché la guerra non è ancora scomparsa. Essa è ancora una cosa “degli uomini”, nella gloria come nell’infamia, nella civiltà come nella barbarie. È ancora un fatto – la guerra – umanamente ambivalente e spesso difficilmente riducibile, pena la perdita almeno di una quota di onestà intellettuale, a slogan facili e orecchiabili, di approvazione come di dissenso. Ed è per questo che il simbolo ideato per la Cnd (Campaign for Nuclear Disarmement) da Holtom, già obiettore di coscienza durante la Seconda Guerra Mondiale, conserva ancora tutta la sua drammatica attualità. Recentemente è stato affiancato dall’arcobaleno, come simbolo universale di pace e disarmo. In questo senso, a differenza di alcune realtà degli anni Cinquanta, il simbolo dell’”uomo dalle mani abbassate” – nonostante alcuni tentativi di defacement – non è certamente finito nella pattumiera.

Questa puntata di BrainbusterRadioBox vuole parlare di tale attualità: guerra, arcobaleni, e anche spazzatura, e lo farà come di regola saltando da una suggestione all’altra, da semantica a semantica. Perché i segni di pace, guerra e degrado sono ancora fra noi. Prepotentemente.

Tornando alla guerra, anzi alle guerre che continuano ad essere combattute, alternandosi sul pianeta le cosiddette “missioni di pace” a interventi di natura più spiccatamente offensiva e militare, è da giorni che è rientrata la salma di Giovanni Pezzulo, maresciallo dell’esercito, e su questo doloroso rientro ascoltiamo le parole di Regant:

Chi resta tace e chi è morto trova pace.

Inno di Mameli, tripudio di bandiere, fanfare in uniforme impeccabile e…..politici ansiosi di comparire sullo sfondo di tali scenari.

Lode agli italiani sul campo della gloria, per opere di pace, s’intende. Carri, armi, mimetiche e regole d’ingaggio perverse. Sparare non per difendersi bensì disimpegnarsi dal confronto.

Questo si è ciò che trasmette al mondo la ferma presa di posizione pacifista di un paese come questo che ha dichiarato guerra alla guerra.

Ma cos’è la guerra? Qualcosa che il nostro popolo subisce come si fa da giovani per lo più nei confronti della scuola.

La nostra ricchezza è la nostra cultura, il nostro bel paese. Non serve curarne l’immagine!

Sole, mare, monti, tutti ce li invidiano, vorrebbero venire qua: ma per poco. Per comunque tornare nelle loro “sordide coltri” di nebbie, piogge e che altro per convivere con un sistema di stato che permette di lavorare, li rappresenta e perché no li onora quando rientrano in patria avvolti dalla bandiera.

Ma qui si è in tanto abbandono anche di questo e non mi dicano che sono tutti tesi per la prossima scadenza elettorale.

Il militare italiano ucciso con 15 proiettili, presumibilmente di mitragliatore, in Afghanistan nell’adempimento di una missione di pace per cui distribuiva vesti, cibo e medicine, altri non era che un servo dello stato, quindi come tale al suo rientro in Italia inatteso da chicchessia oltre la famiglia e gli amici impegnate come sono le alte cariche in campagne politiche o nella celebrazione della borsa di Milano.

Povero bastardo” che senz’altro percepiva il soldo per la sua opera e che dentro di se oltre ciò doveva avere anche l’orgoglio del suo essere e dello scudetto della bandiera appuntato alla manica della mimetica.

Pertanto un anonimo come me gli tributa gli onori.

[Regant]

sempre a Regant tocca introdurre stanotte gli altri due argomenti relativi a questa puntata di BrainBusterRadioBox. Abbiamo appena ascoltato un’interpretazione della celebre “Torna a Surriento”, e ci chiediamo se la Napoli conosciuta e celebrata da Croce potrebbe riconoscersi, ironicamente s’intende, nel panorama da nettezza urbana di questa fine legislatura.

Recentemente rovistando fra vecchi libri mi è capitata fra le mani una raccolta di storie e leggende napoletane scritte da Benedetto Croce. Lo storico, il filosofo, il critico italiano morto a NAPOLI nel ’52. Grande estimatore di glorie e bellezze italiche che impressionato dalle vestigia e dai ricordi popolari napoletani volle immortalarne alcuni soggetti salienti ritenendo che la loro descrizione e l’essenza avrebbero potuto far provare un brivido di emozione anche a coloro che per la prima volta si fossero trovati in questo angolo di Italia pregno di misticismo e contraddizioni.

Fra l’alfa e l’omega dello scorrere della vita. Lì tutto si rincorre fra strette viuzze e prospettive collinari dominato dalla possente e minacciosa sagoma del Vesuvio, vigile con il suo pennacchio, come ancora oggi svetta sul cappello di gala dei carabinieri.

Certo non ci sono più i boschi lussureggianti e neppure le grandi distese ben coltivate con le mandrie al pascolo. Vi sono però ovunque alte e putrescenti colline di spazzatura inframmezzate da corsi d’acqua dai colori vivi che certamente non riflettono gli effetti del cielo o della vegetazione.

Meno male che il vecchio Croce non può più vedere tutto ciò perché forse penserebbe: ma dov’ero quando ho scritto tutte quelle cose su Napoli!

Certo anch’egli ha vissuto il travaglio delle peripezie politiche nostrane e ha avuto modo di percepire l’anima napoletana sentirsi parte integrante e attiva di questa città tratteggiata nelle più fini peculiarità dai comici e attori d’altra scuola: quella della strada, dei palchi di proscenio, dei teatrini di periferia.

Con quanto sentimento però dopo essersi riempiti gli occhi delle miserie delle ricchezze e perché no

le narici degli odori aleggianti fra le mura dei rioni. Oltre ciò quando si allontanavano per una volta o per sempre gli occhi si riempivano di lacrime allorché in terra straniera udivano le parole cantate da Gigli o da Schipa: “So tanto allero che quase quase me mettisse a chiagnere per la felicità…..!”

Certo queste parole anche oggi fanno piangere ma per lo sconforto dello sfacelo che ogni giorno si rinnova in questa martoriata città. Di chi è la colpa???: degli scugnizzi, dei reggenti, di chi???

Forse un giorno un nuovo Croce, con il naso, però tappato, e ne avrà ben donde per riuscire a sopravvivere, ci narrerà la verità.

[Regant]

Una verità soprannaturale quella annunciata dall’arcobaleno, quell’arcobaleno che ancor prima di essere un fenomeno fisico rivelato da Newton, era il segno della rivelazione divina e del patto pacifico tra uomini ed eternità. Altro mondo e altre prospettive da quelle della politica, regno del contingente, del provvisorio e – ahinoi – dell’improvvisato, oltreché dell’imprevisto.

L’Arcobaleno

E’ quella miriade di colori che sembra congiungere a terra con una curvatura perfetta sullo sfondo del cielo, come un ponte ideale, due punti lontanissimi di un territorio.

Effetto visibile della scomposizione cromatica della luce nella sua più intima essenza percepibile da occhio umano.

Generalmente si manifesta dopo una burrasca quasi a voler siglare la pace degli elementi gassosi con la dura superficie del suolo.

Le credenze popolari, comuni a quasi tutte le culture più semplici, anche la nostra, fino a circa un cinquantennio fa ricordavano che proprio ai due punti estremi di esso potevano esservi celati tesori sepolti.

Trasposizione ancestrale delle paure che scatenavano tali eventi e della calma che sopraggiungeva per permettere loro di attendere alle necessarie e vitali attività.

Bel simbolo quindi, l’arcobaleno, messaggero di pace per l’uomo e sperabilmente equo.

Peccato però che perduti questi tesori di saggezza popolare i colori oggi non rappresentino altro che una triste ed eterogenea nomenclatura scomposta in tante tonalità sfumate che rendono il simbolo assolutamente privo di significato anche se esibito da gente che dice: “io non sono quello sono questo, cioè quanto vedete”.

Coerenti, comunque, negli atti poiché fedeli all’ideologia che ha guidato il loro percorso di vita verso una professione: la politica, lautamente ricompensati dal denaro del popolo che guarda fra cielo e terra chiedendosi se davvero il tesoro c’era anche se consapevole della nuova delusione che l’aspetta.

[Regant]

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